Ci sono momenti in cui tutto sembra remare contro. Ti impegni, investi energie, provi strade diverse, eppure i risultati non arrivano. O non arrivano come e quando li avevi immaginati.
È allora ti chiedi: e se stessi sbagliando tutto? E se non fossi abbastanza? E se fosse meglio rinunciare?
Nel mio lavoro di coach lo vedo sempre. Un colloquio andato male diventa "non sono abbastanza competente". Una promozione mancata diventa "non sono all'altezza". A un certo punto la paura di fallire prende il sopravvento, e diventa l'elemento bloccante che non ci permette più di vederci chiaro, restringendo le possibilità a cui potremmo accedere. Ho visto molte persone bloccarsi proprio a causa della paura che si insinua tra i "e se.." i "non succederà mai" e che prospetta un futuro catastrofico, non reale.
Ho deciso di scrivere questo articolo per chi è nel bel mezzo di un cambiamento lavorativo ma si sta chiedendo cosa fare e teme di fare un passo sbagliato. Parto da cosa dice la psicologia sulla perseveranza, ti condiviso tre storie che mostrano il ruolo dei fallimenti nei percorsi di successo e tre domande per capire, nella tua situazione, se è il momento di insistere o di cambiare strada.
Potrai fallire, ma non sei un fallito
Un fallimento è un evento. Essere "un fallito" è un'etichetta che attribuiamo a noi stessi. Confondere i due piani è uno dei meccanismi che più alimentano la paura di fallire.
Immagina lo scenario: vuoi cambiare lavoro e, dopo diversi colloqui, ricevi l'ennesima risposta negativa. Potrai pensare: "Non sono abbastanza competente. Ormai sono troppo avanti con l'età. Non troverò mai niente di meglio". Oppure puoi chiederti: "Sto comunicando in modo efficace il mio valore? Sto cercando opportunità coerenti con ciò che desidero davvero? Cosa posso fare diversamente?" Ecco, io lavoro su questo secondo scenario. Ti aiuto a capire cosa puoi fare di diverso, spostando lo sguardo da quello che vedi come un tuo fallimento alla possibilità concreta che le cose cambino se cambi strategia.
Ovviamente ciò non vuol dire che il fatto cambi: hai ricevuto un rifiuto. Cambia il significato che gli attribuisci e con il significato cambiano le emozioni che provi, associate all'evento, e le azioni che sceglierai di fare. Trattasi di "rivalutazione cognitiva": gli studi di James Gross e Oliver John (2003) mostrano che chi usa abitualmente questa strategia riporta più emozioni positive e un maggiore benessere rispetto a chi tende a sopprimere ciò che prova.
Rivalutare non significa negare. Paura, rabbia e delusione sono emozioni legittime e spesso utili. Vanno riconosciute e portate fuori. Il punto è non lasciare che diventino l'unica lente attraverso cui guardiamo la realtà. Ne parlo anche dal punto di vista delle neuroscienze nell'articolo «La paura di fare il primo passo».
Essere positivi non significa vedere sempre il bicchiere mezzo pieno
Siamo spesso portati a pensare che la positività sia una caratteristica degli ottimisti, di chi vede qualcosa di buono in ogni situazione. Ma essere positivi non significa ignorare le difficoltà, reprimere le emozioni spiacevoli o convincersi che tutto andrà bene. La paura, la rabbia, l'ansia, non sono emozioni meno importanti rispetto alle altre. Quando arrivano vogliono dirci qualcosa, vanno ascoltate.
L'attitudine mentale positiva, costruittiva, è la capacità di riconoscere una difficoltà senza trasformarla in una sentenza sulle proprie possibilità. Non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade. Possiamo però allenarci a riconoscere come interpretiamo gli eventi e come rispondiamo. E questa è la base su cui si fonda il Core Energy Coaching che pratico nell'incontro con i miei clienti. La vera sfida, come coach, come essere umano, è spostare l'attenzione dalle zonde d'ombra alle zone di luce, cercando di capire come portare più luce dentro sé. Facendolo si attivano nuove risorse mentali che si traducono in nuove azioni, a supporto dei propri obiettivi.
Che cos'è il grit e cosa dice davvero la ricerca sulla perseveranza
Il grit è la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo, e si tratta di un concetto introdotto dalla psicologa Angela Duckworth (Duckworth et al., 2007). In pratica, è la capacità di mantenere un impegno nel tempo anche quando i risultati tardano e il percorso si rivela più difficile del previsto.
L'idea ha avuto grande successo perché ridimensiona il mito del talento: per raggiungere risultati servono esercizio, continuità e capacità di attraversare gli ostacoli.
La ricerca successiva ha però aggiunto sfumature importanti. Una meta-analisi pubblicata nel 2017 sul Journal of Personality and Social Psychology (Credé, Tynan e Harms), su 88 campioni indipendenti e oltre 66.000 partecipanti, ha rilevato che:
- la perseveranza nello sforzo è la componente del grit più legata alla performance, più della costanza degli interessi;
- il grit nel suo insieme predice il successo in misura più modesta di quanto si pensasse;
- il grit si sovrappone in larga parte alla coscienziosità (la tendenza a comportarsi in modo responsabile, diligente, organizzato e attento al proprio dovere) un tratto della personalità studiato da decenni.
Il messaggio è duplice. Il successo dipende da molti fattori: contesto, opportunità, risorse, strategie. Ma imparare a perseverare resta una risorsa preziosa, perché ci aiuta a non leggere ogni battuta d'arresto come un fallimento definitivo e allena le nostre competenze, diventando essa stessa competenza.
Tre storie di fallimenti che sono diventati parte del successo
Siamo abituati a guardare le persone di successo attraverso i risultati raggiunti. Raramente ci soffermiamo su ciò che è accaduto prima: prima del riconoscimento, prima che qualcuno iniziasse a credere nelle loro idee.
James Dyson: 5.127 prototipi per un'idea
Per realizzare un aspirapolvere senza sacchetto, James Dyson sviluppò 5.127 prototipi in circa cinque anni. Anche a invenzione perfezionata, diversi produttori non erano interessati alla sua tecnologia. Dyson decise allora di proseguire da solo e nel 1993 lanciò il primo aspirapolvere a proprio marchio.
Il dato più interessante non è il numero dei tentativi, ma il fatto che ognuno sia servito a capire meglio il problema. Perseverare non significa ripetere la stessa azione sperando in un risultato diverso: significa imparare, correggere, sperimentare. In questa prospettiva l'errore diventa un'informazione preziosa per migliorare il prodotto.
J.K. Rowling: quando gli altri non vedono ancora il valore di un'idea
Dopo la fine del matrimonio, J.K. Rowling tornò nel Regno Unito con una figlia piccola e un romanzo da completare, affrontando serie difficoltà economiche. Una volta pronto, il manoscritto di Harry Potter fu rifiutato da numerosi editori, finché Bloomsbury decise di pubblicarlo nel 1997.
Se Rowling avesse letto quei rifiuti come la prova di non avere talento, la storia sarebbe stata diversa. Lo stesso vale nella vita professionale: una candidatura respinta non dimostra che non siamo competenti, una promozione mancata non dimostra che non siamo all'altezza. Un rifiuto è un evento, non una sentenza sulle nostre capacità.
Sara Blakely: credere in un'idea senza ignorare i feedback
Prima di fondare Spanx, Sara Blakely vendeva fax porta a porta. Non aveva esperienza nella moda, né una business school alle spalle, né una rete di contatti nel settore. Aveva però individuato un problema concreto e un prodotto che poteva risolverlo.
I produttori a cui si rivolse risposero con scetticismo e rifiuti. Uno di loro cambiò idea dopo averne parlato con le figlie, che colsero subito l'utilità del prodotto. Nel primo anno Spanx raggiunse circa quattro milioni di dollari di fatturato.
Credere nelle proprie idee non significa ignorare i feedback. Significa mettersi alla prova, cercare riscontri e non lasciare che sia soltanto il giudizio degli altri a stabilire ciò che possiamo diventare.
Cosa hanno in comune, e cosa queste storie non dimostrano
Dyson, Rowling e Blakely non hanno considerato i primi insuccessi come la prova definitiva che il loro obiettivo fosse impossibile. Hanno continuato ad agire, cercando soluzioni, interlocutori o strade diverse.
Queste storie hanno però un limite noto: il bias di sopravvivenza. Conosciamo chi ce l'ha fatta, non le molte persone che hanno perseverato con lo stesso impegno senza ottenere il risultato sperato. Il successo non dipende soltanto dalla volontà: contano circostanze, privilegi e opportunità.
Ciò che queste storie ci ricordano è un'altra cosa: il risultato di oggi non definisce le possibilità di domani. E la domanda utile non è solo "quanto sono disposto a resistere?", ma anche "che cosa posso imparare da ciò che non ha funzionato?".
Pensieri, emozioni, azioni: perché l'interpretazione fa la differenza
Immagina che queste persone avessero letto ogni rifiuto come una conferma della propria incapacità. Quali emozioni avrebbero provato? E quali azioni ne sarebbero derivate?
Qui entra in gioco la relazione tra pensieri, emozioni e azioni, un modello che uso ogni giorno nel coaching. Prendiamo lo stesso evento, un rifiuto dopo un colloquio, letto in due modi.
Prima lettura
- Pensiero: "Questo rifiuto dimostra che non sono abbastanza."
- Emozione: scoraggiamento, vergogna, perdita di fiducia.
- Azione: smetto di candidarmi ed evito nuove opportunità.
Seconda lettura
- Pensiero: "Questo rifiuto mi dice qualcosa su come mi sto presentando."
- Emozione: curiosità, una frustrazione gestibile, determinazione.
- Azione: chiedo un feedback, rivedo il CV, ridefinisco le aziende a cui puntare.
Non basta pensare positivo per cambiare la realtà. Ma l'interpretazione può ampliare o restringere le possibilità che riusciamo a vedere. Per questo, nel coaching, spesso il primo passo non è trovare la soluzione, ma guardare il problema da una prospettiva diversa.
Quando mollare è la scelta giusta
C'è un aspetto della perseveranza di cui si parla poco. La nostra cultura celebra chi resiste, chi non si arrende, chi lotta anche quando tutto sembra impossibile. Raramente ci chiediamo quale sia il prezzo di quella resistenza.
Penso a chi resta per anni in un ambiente che non riconosce il suo valore, sperando che prima o poi qualcosa cambi. O a chi investe tutto in un obiettivo che non sente più suo, solo perché rinunciare significherebbe ammettere di aver sbagliato.
La ricerca sulla regolazione degli obiettivi offre una prospettiva preziosa. Carsten Wrosch e colleghi (2003) hanno osservato che le persone capaci di disimpegnarsi da obiettivi irraggiungibili, e di reinvestire le energie in obiettivi nuovi, riportano un maggiore benessere soggettivo. Una revisione pubblicata nel 2022 sull'Annual Review of Psychology (Brandstätter e Bernecker) approfondisce proprio il ruolo complementare di perseveranza e disimpegno.
In alcune circostanze, quindi, cambiare strada non è una sconfitta: è una scelta consapevole e funzionale al proprio benessere. Forse la vera perseveranza non consiste nel restare fedeli a una strada, ma a ciò che per noi conta davvero.
Puoi lasciare un lavoro senza rinunciare alla tua ambizione: se ci stai pensando, leggi anche come capire se licenziarsi è una fuga o una scelta consapevole. Puoi cambiare progetto senza rinunciare al desiderio di realizzarti. E puoi decidere che ciò che desideravi cinque anni fa oggi non ti rappresenta più. Non significa aver fallito: significa essere cresciuto.
Perseveranza e leadership: orientare le energie, non solo resistere
Nel mio lavoro di coaching incontro professionisti che hanno costruito carriere importanti grazie a una straordinaria capacità di impegno. A volte, però, proprio quella determinazione diventa una trappola: continuano a chiedersi come fare di più e resistere ancora, senza domandarsi se ciò che perseguono sia ancora allineato ai loro valori.
Con il Core Energy Coaching® e il lavoro sulla leadership energetica accompagno le persone a riconoscere come pensieri, emozioni e azioni interagiscono. Sotto stress, o quando abbiamo paura di fallire, tendiamo a sviluppare interpretazioni rigide: "non ho alternative", "devo continuare a tutti i costi", "non sono capace di affrontare questa sfida". Lavorare sulla consapevolezza significa riconoscere questi schemi, metterli in discussione e ampliare le possibilità di risposta.
Questo ha un impatto diretto sulla leadership. Un leader che vive ogni errore come una minaccia al proprio valore rischia di reagire con rigidità e controllo. Un leader che riconosce l'errore come un'informazione favorisce apprendimento e confronto. Le ricerche di Amy Edmondson (1999) sulla sicurezza psicologica mostrano che i team in cui è sicuro parlare di errori apprendono di più.
Il cambiamento, naturalmente, non dipende solo dall'atteggiamento individuale: contesto organizzativo e condizioni di lavoro contano. Ma una maggiore consapevolezza delle proprie risposte resta una risorsa concreta per orientarsi nella complessità.
Tre domande per capire se insistere o cambiare strada
La prossima volta che senti di voler mollare, fermati e rifletti. Non per convincerti a continuare, ma per capire meglio ciò che desideri.
- Sto rinunciando perché non desidero più questo obiettivo, o perché ho paura di non riuscire a raggiungerlo? La paura di fallire a volte ci spinge ad abbandonare ciò a cui teniamo. Altre volte continuiamo a inseguire obiettivi che non sentiamo più nostri. Distinguere le due situazioni è il primo passo per scegliere.
- Che significato sto attribuendo a questa difficoltà? È davvero la prova della mia inadeguatezza, o un'informazione utile per rivedere l'approccio, acquisire competenze o cambiare strategia? Prova a separare ciò che è accaduto dall'interpretazione che ne stai dando.
- Se non fossi obbligato a continuare come ho fatto finora, quali altre possibilità prenderei in considerazione? Lo stesso obiettivo si può raggiungere per strade diverse. E a volte, cambiando obiettivo, scopriamo possibilità che prima non riuscivamo a immaginare.
Non arrenderti a te stesso
La perseveranza non è una lotta continua contro gli ostacoli, ma la capacità di continuare a credere nella possibilità di evolvere. Ci saranno momenti in cui varrà la pena insistere e altri in cui servirà il coraggio di fermarsi e scegliere qualcosa di diverso. In entrambi i casi, ciò che conta è non perdere il contatto con se stessi.
La differenza non la fa chi non fallisce mai, ma chi non trasforma un fallimento nella definizione di sé. Forse il messaggio più importante non è "non mollare mai", ma: non rinunciare alla possibilità di crescere.
Stai valutando se insistere nel tuo ruolo attuale o cambiare strada? Nel percorso di career coaching lavoriamo proprio su questo, partendo dalla tua situazione specifica. Se vuoi prima raccontarmi dove sei oggi, prenota una call conoscitiva gratuita: in 30 minuti capiamo insieme qual è il prossimo passo più sensato per te.
Domande frequenti
Come superare la paura di fallire?
Separando il fatto dall'interpretazione: un fallimento è un evento, non una definizione di sé. Chiedersi che cosa si può imparare da ciò che non ha funzionato e quali alternative non si sono ancora considerate riduce la rigidità che la paura produce.
Che cos'è il grit?
Il grit è la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo, studiata dalla psicologa Angela Duckworth. Le meta-analisi indicano che la componente più legata alla performance è la perseveranza nello sforzo.
Quando è giusto mollare un obiettivo?
Quando l'obiettivo è diventato irraggiungibile o non è più significativo per te. La ricerca mostra che saper disimpegnarsi e reinvestire le energie in nuovi obiettivi è associato a un maggiore benessere.
Fonti
- Brandstätter, V. e Bernecker, K. (2022). Persistence and disengagement in personal goal pursuit. Annual Review of Psychology, 73, 271–299. doi.org/10.1146/annurev-psych-020821-110710
- Credé, M., Tynan, M. C. e Harms, P. D. (2017). Much ado about grit: A meta-analytic synthesis of the grit literature. Journal of Personality and Social Psychology, 113(3), 492–511. doi.org/10.1037/pspp0000102
- Duckworth, A. L., Peterson, C., Matthews, M. D. e Kelly, D. R. (2007). Grit: Perseverance and passion for long-term goals. Journal of Personality and Social Psychology, 92(6), 1087–1101. doi.org/10.1037/0022-3514.92.6.1087
- Edmondson, A. (1999). Psychological safety and learning behavior in work teams. Administrative Science Quarterly, 44(2), 350–383. doi.org/10.2307/2666999
- Gross, J. J. e John, O. P. (2003). Individual differences in two emotion regulation processes. Journal of Personality and Social Psychology, 85(2), 348–362. doi.org/10.1037/0022-3514.85.2.348
- Scholer, A. A., Hubley, C. e Fujita, K. (2024). A multiple-goal framework for exploring goal disengagement. Nature Reviews Psychology. doi.org/10.1038/s44159-024-00363-4
- Wrosch, C., Scheier, M. F., Miller, G. E., Schulz, R. e Carver, C. S. (2003). Adaptive self-regulation of unattainable goals. Personality and Social Psychology Bulletin, 29(12), 1494–1508. doi.org/10.1177/0146167203256921
- Dyson — La storia di James Dyson
- J.K. Rowling — My Story
- National Inventors Hall of Fame — Sara Blakely



